la bicicletta

Amanda, giovane artista in cerca d’ispirazione per un nuovo collage, decide di tornare nella casa della sua infanzia per cercare oggetti nella vecchia cantina. Lì scopre un diario del padre, che le rivela un lato sconosciuto e profondo di lui. Tra ricordi, febbre e rivelazioni, ritrova un pezzo di sé.


La chiave della cantina non è mai insieme alle altre. Dimenticata in un cassetto, in una borsa, in fondo a uno scatolone pieno di oggetti senza più uno scopo. La casa di Amanda era piena di oggetti senza destinazione, come amava chiamarli sua madre. Suppellettili privi di utilità, se non quella di ricordarle la vita che si portavano dentro. Come se la sua mente non fosse una scatola abbastanza capiente da contenere da sola tutti i ricordi. Momenti che invece pezzi di carta, oggetti, foto erano in grado di evocare. Occorre raccogliere, mettere da parte, conservare. La mente di Amanda si annebbia, le ginocchia cedono. Le chiavi non si trovano. Meglio dormirci su e riprovarci domani.

Il rumore di un pensiero insistente, come un ronzio, si insinua poco dopo nelle sue orecchie. Stesa sul letto, sposta il piumone, lo appallottola e si gira su un fianco con uno scatto. Il ronzio resta. Si gira sull’altro fianco. Da un paio di settimane aveva deciso di andare nella cantina della casa dove era cresciuta, per scovare qualcosa di utile per il suo prossimo collage artistico. Peccato che per giorni aveva cercato invano quella chiave che sembrava inghiottita nel nulla. In quel luogo sospeso c’erano cimeli che risalivano a un’altra epoca e ogni volta, puntualmente, emergeva qualcosa di nuovo. Un ricevitore di cassa degli anni Cinquanta, appartenente al negozio di scarpe dei suoi nonni, in zona Loreto. Una macchina da scrivere originale Olivetti, rossa. Foto della nonna, bionda, con la fronte alta e i fianchi generosi, che somigliava a una diva del cinema muto.

La febbre si è alzata parecchio e non accenna a scendere. Gocce di sudore si imperlano sulla sua fronte, scivolano fino alla cavità dei suo occhi, simulando lacrime inespresse. I pensieri si affollano. Un vuoto d’aria all’altezza del petto sibila e si insinua nella cavità del suo corpo, capovolgendosi e spingendo come un’energia che tanto vuole, ma teme di uscire. Il respiro diventa sempre più corto. Amanda vive la sua vita riversa e sospesa in un bilico costante: così amata e rassicurata, da un lato. Inghiottita e pervasa da un senso di inadeguatezza e incompiutezza, dall’altro. Fatica e si dimena nello spazio come una pianta rigogliosa, ma con un vaso troppo piccolo. Sospesa tra due vite, parti inespresse, tempo che vola e corre più voce di lei. Manca sempre qualcosa, qualcuno.

Raggomitolata sul letto con la testa nell’acqua, la temperatura alta, il corpo che trema e vola verso altri mondi, fa capolino l’immagine del padre che, quando lei stava male da bambina, era solito entrare nella sua stanza con un sorriso rassicurante. La figlia non era riuscita a mangiare tutto il giorno e allora lui le portava un bicchiere colmo di acqua e zucchero, una pozione magica per ogni malanno. Dopo essersi assicurato che ne avesse bevuta almeno un po’, prima di andarsene le posava sempre la sua mano calda e liscia sulla fronte, quasi all’altezza delle palpebre. Socchiudendo gli occhi appesantiti dalla febbre, le sembra quasi di risentire il peso leggero delle sue dita accarezzarle la fronte alta, come la sua.

Suo padre se ne era andato quasi improvvisamente, senza mai avere il tempo o il coraggio di dire a una figlia troppo giovane dove la malattia lo stava portando. La mancanza di quel saluto finale aveva sempre pesato su Amanda.

Sono le otto di sabato mattina. Amanda potrebbe continuare a dormire, visto la nottata, ma la luce riporta ordine e praticità nella mente della giovane. La chiave è sicuramente nel cassettone nero in salotto della casa dei suoi. Ha sempre mangiato un sacco di suppellettili, quel mobile. Non c’era più tempo da perdere.

Cric, clac. Con fatica, la serratura del lucchetto è scattata. Il corridoio che porta alla cantina è buio e angusto. L’aveva attraversato con passi lenti, ma decisi. Ora Amanda deve solo raccogliere le poche forze che l’influenza le ha sottratto per spostare una sorta di asse che rendeva ancora più ermetica la porta. Una brillante idea che è meglio non sapere chi l’avesse concepita. L’ultimo sforzo e la porta si spalanca di botto. Più che entrare nella piccola stanza buia il suo è stato un vacillare, uno spostamento che, con il senno di poi, ha anticipato quello che sarebbe accaduto da lì a poco. Dopo aver infilato la spina che penzola dal soffitto nell’interruttore, una luce si accende nel centro dell’abitacolo, illuminando un panorama ovattato e impolverato, senza né spazio né tempo. L’occhio di Amanda cade sull’oggetto del desiderio che aveva sempre acceso la sua immaginazione da piccola: il baule verde con i bordi dorati. Non glielo avevano mai fatto aprire, con la scusa che fosse troppo impolverato o che l’apertura fosse rotta.

Le avevano sempre raccontato che sua nonna lo riempiva di vestiti e altre cianfrusaglie per passare tre mesi estivi al mare. Si era sempre chiesta se dentro ci fossero anche dei suppellettili simili a quelli che teneva lei in casa sua. Un biglietto del cinema, lo scontrino di un drink bevuto con il nonno alla Capannina, la sera che si sono conosciuti. Lei non lo aveva mai aperto da che aveva memoria. Che cosa racchiudeva? Era ora di scoprirlo.

Con fatica, ma anche con estrema cura Amanda usa la seconda chiave del mazzo e fa scattare la serratura. Con le mani un po’ sudate per l’emozione apre lentamente il guscio verde, che si rivela a poco a poco. Dentro, inaspettatamente, non c’erano affatto i vestiti del mare di sua nonna. Anzi, aveva tutta l’aria di essere stato riempito da mani maschili. Amanda riconosce quasi subito un oggetto che aveva sempre visto da piccola nello studio di suo padre, ma che aveva dimenticato: una valigetta rigida di cuoio marrone, in pieno stile anni Settanta. La solleva delicatamente per il manico di ferro e la appoggia nel pavimento impolverato della cantina. Senza indugio apre anche questa porta, ormai convinta che dentro avrebbe trovato un mondo. Mai pensiero fu più vero. Tra quaderni, fogli trasparenti con progetti di appartamenti, conti, cartoline, c’era lui: un quaderno stracolmo di fogli e avvolto da un laccio. Le dita di Amanda sciolgono febbrilmente quelle stringhe annodate, e le dita tremano nel farlo. Apre la prima pagina: non riconosce subito la calligrafia, ma assomiglia ad una già vista.

Dopo aver letto le prime righe e la data, 1960, un pensiero, fulmineo, si fa breccia dentro di lei: il diario di suo padre. Chiude di scatto la valigetta, fa lo stesso con il baule, si porta al petto il diario stringendolo forte, quasi come se potesse di colpo cadere e perdersi per sempre. Corre via, fa gli scalini a due a due, si rifugia in quella che era la sua vecchia stanza e, solo allora, riapre il quadernetto.

Il padre di Amanda era un uomo buono, profondamente empatico e dolce. Una dolcezza racchiusa da una scorza dura, che tendeva a volte a prevaricare. Ma, nel diario di un quindicenne della Milano anni Sessanta, non vi era traccia di alcuna durezza, né severità. Tra le righe, va in scena il ritratto di un giovane alle prese con l’amore, la scoperta dell’altro e la parte più “femminile” del sé, quella più dedita ai sentimenti. Un pezzo di suo padre che lei non aveva mai conosciuto così apertamente, ma solo intravisto tra le pieghe. Ci sono le feste in casa, i suoi migliori amici, due dei quali ha avuto modo di conoscere, il tram 5 che passa ancora oggi vicino a casa, i suoi nonni nel ruolo di genitori, le ragazze del liceo scientifico, le divise. La sua classe era divisa tra il suo gruppo, che non aveva nome, e gli altri, che suo papà aveva soprannominato buffamente “Gli elettricisti”, studenti appassionati di elettronica che non avevano tempo per pensare all’amore, ma erano dediti solo alle loro passioni tecnologiche. Che irriverente, il papà. Pensò Amanda sorridendo e ricordando le volte in cui l’aveva rimproverata bonariamente quando si rifiutava a scuola di fare amicizia con delle compagne.

Oltre alle storie, presenti sono i colori, come quello dell’impermeabile giallo che avvolgeva il corpo esile di una ragazza che viene nominata spesso in tutto il diario, ma che suo padre chiamava solo con un diminutivo, “La Ali”. Un amore non corrisposto, o comunque solo sfiorato e mai raggiunto, reso impossibile dall’insicurezza dei quindici-sedici anni. Poi, un salto temporale: suo padre ha vent’anni, è un giovane studente della facoltà di architettura e ha affittato un solaio che ha adibito a studio per poter dipingere. Amanda è incredula, perché dei dipinti oggi non vi è più traccia. Che li abbia venduti tutti? Una passione per l’arte che le aveva tramandato, la stessa che l’aveva portata in cantina ora.

Il pensiero di Ali, presumibilmente Alice, e dei quadri “persi” del papà diventa un tarlo che si insinua nella sua mente. Ma, più di tutto, una sensazione nuova, come se un pezzo tutto nuovo che non aveva mai conosciuto di suo papà, mancato ormai diversi anni fa, le fosse stato restituito.

Sfogliando le pagine ingiallite dal tempo, un foglietto di diversa fattura rispetto agli altri scivola dal diario, posandosi sulle gambe di Amanda. Una scrittura fitta e difficile da comprendere schiude a poco a poco un messaggio destinato alla giovane che ha realizzato solo in quel momento da quanto tempo lo stava aspettando.

Cara Amanda,

non so se leggerai mai questa lettera. Oggi hai tre anni e io mi sento uno dei papà più fortunati al mondo. Ti guardo osservare tutto con quegli occhi nocciola curiosi e vispi, pronti a conoscere un mondo tutto nuovo. Ci sono giorni in cui ho paura di non essere in grado di darti tutto, ma ti prometto che farò del mio meglio. Non vedo l’ora di portarti fuori, in giro per le vie più belle della città e ridere con il nostro “finto binocolo”, quello che facciamo sempre con le dita chiuse attorno agli occhi, il “nostro modo” attraverso cui guardare il mondo. Io cercherò di mostrartelo fino a quando potrò. Ma, il compito di un papà è quello di accompagnare la bici della figlia e tenere le mani sul sellino fino a quando non sente che lei è in grado di pedalare da sola. Io ci sarò fino a quel momento. Bisogna essere forti perché forse ti girerai a guardarmi o mi griderai “Papà non ce la faccio”. E invece, piccola mia, ce la fai eccome. Te lo dico oggi qui, perché forse quando sarai grande non mi ascolterai più o io non sarò lì fisicamente con te per ricordartelo. Sei capace, lo sei anche in quei giorni in cui cadi dalla bici. Il mondo là fuori è tutto tuo e non hai bisogno che nessuno te lo riempia, perché hai tutte le qualità per dipingerlo con i tuoi colori. Spero che un giorno incontrerai persone a cui piacciono le tue sfumature o che ti insegnino a trovarne di nuove. Va bene avere paura, se ci passi attraverso, troverai te stessa alla fine del tunnel. Se ti guardi indietro io e la mamma ti saluteremo sempre con la mano. Ti voglio bene piccola Amanda, sono già fiero di chi diventerai. Papi.

Amanda schiude gli occhi e si sveglia. Dopo un attimo di disorientamento si accorge che fuori è una mattina di primavera e c’è il sole. Aveva di nuovo sognato il diario. La febbre finalmente è scesa. Uscita di casa sapeva finalmente che cosa doveva fare.

Buongiorno, vorrei acquistare quella bici rossa lì in alto – le parole escono tutte in fila e squillanti.

E’ per lei signorina?- si accerta il proprietario del negozio di biciclette, sorridendo.

Sì, la bici è per me, come nei sogni.

Il commerciante non coglie la risposta, ma non ha importanza, quella ragazza ha tutta l’aria di sapere cosa sta facendo. Dopo avere acquistato la bicicletta Amanda esce da negozio a passi decisi per poi sfrecciare via sulle sue nuove ali rosse, senzavoltarsi.