Le foglie volanti

Ibla racconta con affetto la sua quotidianità con Andrea, fatta di tenerezze, silenzi condivisi e piccoli gesti che parlano d’amore. L’armonia tra loro contrasta con i litigi dei vicini, spingendola a riflettere sul loro legame speciale. Ma chi è Ibla?


I capelli di Andrea profumano di un odore buono, di casa. Un aroma simile al dolce della sera prima che io ho solo assaggiato e lui divorato in un boccone. Ha il viso adagiato su un cuscino morbido da cui, mi rendo conto, è difficile staccarsi. Ma è ora di fare colazione. Tic, tac. Lo sveglio, o almeno ci provo. Ecco che i suoi occhi gentili mi scrutano sottili come fessure. Gli accarezzo di nuovo la guancia il più delicatamente possibile. Questa volta non ottengo alcuna reazione. Meglio spostarsi sull’altro lato del letto. Questo spostamento deve averlo smosso. Andrea ora è sveglio e mi guarda con la faccia stralunata, ma contenta. “Buongiorno”, gli dico strofinando il naso contro il suo, il nostro linguaggio in codice, solo così sarà una buona giornata. Mi butto giù dal letto cercando di trasmettergli più energia possibile. Oggi, come sempre, abbiamo diversi programmi. Lo osservo: le sue spalle sono davvero ampie, come una grande coperta sotto cui ripararsi. Chissà se lui ha un ombrello abbastanza grande sotto cui stare quando si sente triste. Me lo chiedo sempre tutte le volte in cui sento il suo amore incondizionato: chissà se lui percepisce il mio. C’è qualcuno che lo fa sentire così protetto? Sempre che ne abbia bisogno.

Andrea mi guarda immersa nei miei pensieri e mi sfiora il viso con delicatezza. “Piccola, oggi sei ancora addormentata anche tu, eh?”, mi dice. Andrea accende la radio sulla sua stazione preferita. Un vociare indistinto disturba la calma perfetta della domenica mattina. Io faccio un po’ come se non ci fosse, ormai sono abituata: mi lamento solo se il volume raggiunge livelli fastidiosi, non è che mi vada sempre di sentire gli ascoltatori che vogliono a tutti costi dire la loro opinione. Ad Andrea invece interessa sempre l’opinione altrui, anche la mia. “Dai, ho capito: usciamo un po’ in terrazzo?” Ecco, ora sono ancora più felice di prima. Niente radio quando ci rilassiamo fuori al sole. Non abbiamo bisogno di dirci niente in quei momenti.

Spaparanzati su dei lettini in legno comprati da Andrea sull’onda dell’entusiasmo per la casa nuova con terrazzo, ci godiamo il tepore del sole. Io, a dire la verità, dopo qualche minuto, comincio ad avere una certa curiosità per i nostri vicini di casa. Il loro tono di voce, all’inizio basso, improvvisamente sale e si rompe nell’aria, assomiglia a dei bicchieri rotti. Mi spavento e mi avvicino ad Andrea, che posa la sua mano su di me, in segno di protezione. Non mi tranquillizzo però. Il rumore delle loro voci che ora sono grida, rovina il nostro momento di sole. Andrea non sembra però così turbato. Decido di andare a vedere cosa sta succedendo. Mi sporgo un po’ sul davanzale ignorando la disapprovazione di Andrea, che mi suggerisce di rientrare.

Con un salto mi ritrovo nel loro balcone che è separato dal nostro sul lato sinistro solo da un divisore. Sento in lontananza il mio nome, ma non ha importanza. Quei rumori sono troppo insistenti per essere ignorati. Mi nascondo dietro alla persiana socchiusa. Ci sono una donna e un uomo che, come sospettavo, stanno litigando animosamente. A guardarli, sembrano conoscersi da tanti anni. I motivi del loro litigio hanno sempre lo stesso centro: in casa non mi aiuti mai, mi sento sola, dice lei. Ho bisogno dei miei spazi, dice lui.

Penso ad Andrea: noi abbiamo un equilibrio davvero solido. Prendiamo il sole, mangiamo, dormiamo insieme, facciamo delle gite fuori porta. Ma per il resto del tempo ognuno sta per i fatti suoi. Un rapporto di totale indipendenza che forse non tutti comprendono, ma a noi va bene così. Dopo ore lontani, di colpo ci guardiamo da un capo all’altro della stanza e uno dei due viene incontro all’altro. Come due foglioline che si sfiorano nel loro personale volo giù dall’albero, per adagiarsi insieme sul selciato. Amo giocare con le foglie, a proposito. La sensazione che si prova a farle volare nel vento è impagabile. Lo sa bene anche Andrea quando mi rimprovera perché ho messo in disordine il terrazzo, un’altra volta. “Sei un po’ una bambina” mi dice, senza però smettere di sorridere e comincia a lanciarmi addosso qualche foglia, ridendo. I nostri vicini mi sa che non ci giocano mai con le foglie o hanno smesso molto tempo fa.

Sento nell’aria il rumore di un bacio. Non sono i nostri vicini, ma è Andrea che si è sporto e mi guarda, a metà tra il rimprovero e il divertito. “Dai amore, vieni via che poi ti scoprono”. La frase è seguita da un incoraggiante bacino rivolto proprio a me. Non si fa così, penso. Con la dolcezza mi corrompe sempre. Scivolo via come una ladra e con un balzo passo dall’altra parte della terrazza. Decido di rimettermi sulla sdraio e tranquillizzarmi senza farmi gli affari degli altri, almeno per un po’.  

Spesso Andrea esce di casa per ore e non capisco dove vada. Sparisce per poi ricomparire, spesso con dei grossi sacchi pieni di cose. Ma non penso proprio che sia solo quello il motivo di quelle assenze. Da sola, per quanto mi piaccia stare per gli affari miei, dopo un po’ sento la sua mancanza. Quando arriva non sto più nella pelle. Lo mostrerei a tutte le persone che non capiscono il nostro amore. “Io prevedo guai: vedrai che si farà solo i fatti suoi” l’avevano messo in guardia gli amici il giorno che siamo andati a vivere insieme nella casa con la terrazza. “Non è molto affettuosa, dicono”. Tutte bugie e pregiudizi e Andrea lo sapeva bene. Una volta sono io ad essere sparita per ore. Trovavo la giornata perfetta per farmi una bella passeggiata. Peccato che fuori non fossero tutti contenti di vedermi. Un’auto rossa fiammante mi ha quasi investita, un cane mi ha ringhiata e rincorsa. Però, durante quella passeggiata in tanti mi hanno lanciato delle occhiate.

. So di essere bella e rispondo sempre ai sorrisi dei passanti con uno sguardo vitreo e dolce. E’ la mia arma segreta. La città è veramente stressante e sempre più faticosa, mi sentivo piccola sotto tutti questi palazzi. Poi, d’un tratto, ricordo di aver sentito una stretta all’altezza del petto e di essere stata sollevata di peso. Terrorizzata, ho lanciato un urlo che ancora me lo ricordo. Le braccia di uno sconosciuto non ne volevano sapere di lasciarmi andare. Per fortuna sono riuscita a scappare. Come se non bastasse, si era pure messo a piovere. Ricordo ancora la sensazione della paura sotto la pelle, mi sono riparata sotto un tetto sentendomi impotente e sola. Mi ero persa. Poi, quando ormai avevo perso la speranza, in lontananza ho visto le spalle di Andrea, così ampie e rassicuranti. Urlava il mio nome da diverso tempo, esausto. Mi sono sporta un po’ inzuppandomi per bene, ma almeno mi aveva vista. Come aveva fatto a trovarmi, ancora oggi non lo so. Ricordo il nostro abbraccio, il mio naso vicino al suo. Un passante si è fermato a guardarci: “Signore, il suo gatto è veramente bello e dolcissimo”. “Grazie, è una gatta, si chiama Ibla”, ha risposto Andrea. Ci siamo guardati, il nostro segnale. Gli sono saltata sulle spalle e siamo tornati a casa, insieme. Da quel giorno sento che Andrea ha sempre un po’ paura di perdermi, ma non c’è bisogno. C’è un filo indissolubile tra di noi, ci siamo riconosciuti fin dal primo giorno e poi, non abbiamo mai smesso di giocare con le foglie.